Percorsi
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 Il Ponte del Diavolo
 Il viandante che, nei secoli passati, si recava ai Bagni di Lucca, si trovava ad attraversare il Ponte della Maddalena, meglio conosciuto come "Ponte del Diavolo". Si tratta di un'ardita costruzione architettonica che si protende con le sue arcate al di sopra del fiume Serchio; essa risale al Medioevo e si conserva ancor oggi pressoché intatta. Sulla storia delle sue origini esistono incertezze e lacune.
La leggenda narra che il costruttore, non riuscendo ad innalzare l'arco principale del ponte, decise di chiedere la collaborazione del Diavolo. Questi concesse il suo aiuto in cambio della prima anima che avesse attraversato il ponte. L'opera fu realizzata in una sola notte. Quindi il costruttore, furbescamente, aizzò un cane a correre su per il ponte. Così il Diavolo, beffato, dovette accontentarsi dell'anima di una bestia.
Ci troviamo di fronte ad una sorta di patto col Diavolo ante-litteram, anche se, in questo caso, l'accordo non assume le tinte fosche e drammatiche della vicenda faustiana, ma rimane contenuto entro i binari di un gioco amichevole e scherzoso. Del resto esiste tutta una tradizione medioevale che raffigura i diavoli non come potenze malefiche da combattere ed evitare, ma come spiritelli scapestrati e simpatici, spesso dotati di saggezza e benevolenza, con i quali si possono tranquillamente stipulare accordi e contratti. Tant'è vero che le immagini di mostruosi diavoletti compaiono ad ornare balaustre e capitelli di chiese e cattedrali.
E' probabile che dietro l'immagine simbolica del Diavolo si nascondessero corporazioni ed ordini iniziatici che custodivano gelosamente i segreti dell'arte muratoria, tenendosi al di fuori della cultura ecclesiastica ufficiale.
Secondo una variante della leggenda del Ponte del Diavolo, l'opera sarebbe stata commissionata al Diavolo da San Giuliano l'Ospitaliere, protettore dei viaggiatori (1). Si può scoprire, dietro questa versione, l'esistenza di rituali propiziatori miranti a salvaguardare i viandanti nel loro cammino. I diavoli potrebbero essere intesi, in questo caso, come spiriti protettori dei luoghi e della strada, secondo una conoscenza magica comune a tutte le tradizioni filosofico-religiose del mondo antico.
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 Il Colle di Corsena
 Al centro della Val di Lima, in prossimità della confluenza con il Serchio, si erge una piccola altura denominata Colle di Corsena. E' sulle sue pendici che si concentrano tutte le sorgenti termali.
Il suffisso "-ena" tradisce l'origine etrusca del toponimo "Corsena"(2). E' verosimile che gli Etruschi, popolazione di squisita sensibilitĂ magico-religiosa, avessero eletto questo luogo come sede di culto e di pratiche divinatorie.
Le scaturigini di acqua calda e le grotte rappresentano zone di eccezionale intensitĂ energetica. Le mirabili virtĂą terapeutiche delle acque e dei vapori si coniugano con la suggestivitĂ e la sacralitĂ del sito. Qui si stabilisce un punto di contatto con le forze sotterranee dell'Averno, particolarmente propizio per le cerimonie e le invocazioni.
Un aspetto che è interessante sottolineare è la particolare forma del Colle di Corsena. Visto dall'alto, esso appare come una piramide, a base romboidale, nettamente separata dalle alture circostanti; soltanto una sottile cresta la collega alla restante catena appenninica. Ci troviamo di fronte ad una piramide naturale nelle cui profondità giacciono le falde acquifere termali. Le correnti energetiche generate alla base risalgono attorno alle pendici, secondo un percorso spiraliforme, per convergere alla sommità .
In cima alla collina, sui ruderi di un antico castello, in mezzo ad un bosco di lecci, sorge un edificio a pianta circolare che rievoca la struttura degli antichi templi boschivi. Qui si può percepire un'atmosfera di pace che suscita un senso di misticismo e di profonda armonia con le forze del suolo e della natura. Nel punto di maggiore intensitĂ vibratoria è stata eretta, ormai da diversi secoli, una croce di ferro.Â
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 I fuochi
 Un culto residuale pre-cristiano è rappresentato dal "fuoco dell'Annunziata", un gigantesco falò che era acceso ogni anno presso l'omonima Chiesetta, in prossimità del Colle di Corsena, in occasione del 25 marzo, festa della SS.ma Annunziata, ossia in concomitanza con l'inizio della primavera. Quest’usanza, che vedeva l'entusiastica partecipazione dei ragazzi del paese, si è mantenuta fino a pochi anni fa. L'accensione del falò era un rituale diffuso in molte località della Val di Lima e scandiva ricorrenze stagionali o lunari. Ancora viva è la tradizione del "fuoco di Sala" che è acceso ogni anno per S. Giovanni, ossia il 24 giugno, subito dopo il solstizio d'estate.
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Le streghe del Pratofiorito
 Per la sua antica flora, la vetta sopra il colle di Corsena prese il nome di Prato Fiorito. Ma perché gli uomini, che sono cattivi, non possano godere di questa bellezza, Iddio comandò alle streghe e ai diavoli di far colà i loro raduni»(3).
Gli anziani del luogo raccontano che, ogni dieci anni, per la vigilia di Ognissanti (ossia nella notte fra il 31 ottobre ed il primo novembre) le streghe fanno la loro apparizione sul Pratofiorito e lì compiono il loro sabba danzando in cerchio. L'ultima apparizione era attesa nel 1990. In quell'occasione numerosi visitatori, provenienti da ogni parte della Toscana si affollarono sulle alture vicine. Quella notte scoppiò un violento temporale, con nebbia, fulmini e scrosci di pioggia torrentizia, che impedì la visibilità , ed i curiosi rimasero inzuppati e delusi per non aver potuto scorgere alcunché. Così bisognerà attendere speranzosi la prossima occasione, nell'anno 2.000. E' probabile che, dietro la leggenda delle streghe, si celino culti residuali pagani delle antiche popolazioni liguri. A questo proposito si racconta che la Chiesa di S. Cassiano di Controni, alle basi del Pratofiorito, sia stata edificata sui ruderi di un tempietto dedicato a Diana (4). Sembra che un altro tempietto sorgesse sul versante opposto, verso Nord, dedicato forse ad una divinità boschiva assimilabile a Fauno.
Certo è che, sulle pendici del monte, si trovano numerose specie botaniche, molte delle quali non rientrano nella flora tipica di questa regione. Si riscontra una densità straordinaria di "Amanita muscaria", nonché la presenza di erbe (mandragola, iperico, belladonna, giusquiamo, stramonio) tradizionalmente impiegate per rituali magici e pratiche medianiche. E' stato ipotizzato che qui, in epoca remota, esistesse una specie di giardino botanico ricco di specie con proprietà medicamentose e psichedeliche. Ciò suffragherebbe l'esistenza di culti misterici che promuovevano l'induzione di stati non ordinari di coscienza, il distacco dal corpo ed i viaggi astrali di tipo sciamanico.
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Il misterioso tempio astronomico di Casoli
Il mondo dei Celti riaffiora nei resti di un complesso litico presso il villaggio di Casoli. Si tratta di due grossi blocchi di pietra lavorati e squadrati ad arte che presentano sui bordi una serie di fori (almeno sette) destinati ad accogliere aste di legno o di metallo. Grazie all'orientamento e all'allineamento dei fori, si può ottenere una raffinata meridiana in grado di fornire precise indicazioni astronomiche e calendariali.
Le pietre, oggi seminascoste fra i letami di un pollaio, sorgono in uno spazio aperto, parzialmente circoscritto dalla cerchia muraria interna dell'antica rocca. Il complesso fa pensare ad un antico tempio a cielo aperto con funzioni di osservatorio astronomico, tipico della più genuina cultura celtica (5). Un altro importante reperto è rappresentato da una serie di incisioni serpentiformi che raffigurano, probabilmente la "snake-goddes", la dea serpente dell'antico pantheon indoeuropeo.
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L'Angelo che segna le acque
 Secondo un'antica consuetudine, ormai caduta in disuso, gli stabilimenti termali di Bagni di Lucca davano inizio alle loro attività con il primo venerdì di marzo, perché solo allora l'Angelo delle Terme operava la "segnatura" delle acque calde, rinnovandone le virtù terapeutiche.
La leggenda dell'Angelo che scende per segnare le acque risale ad epoche molto antiche. GiĂ nel Medioevo era viva e diffusa fra le popolazioni del luogo e ne influenzava gli usi e le credenze.
Scrive il medico Matteo Bendinelli nel 1483 (7): «...] i contadini della nostra zona [...] nel primo venerdì del mese di marzo si recano a visitare questo bagno con gran devozione, entrano e fanno a gara a chi s’immerge per primo, nella convinzione che la notte precedente quest’acqua sia stata segnata dall'Angelo di Dio» (8).
Questo cerimoniale collettivo, che si ripeteva con ricorrenza annuale, dimostra l'impatto che la figura dell'Angelo esercitava nell'immaginario delle popolazioni locali e sottolinea il senso magico-religioso che si legava ai bagni termali. E' interessante sottolineare che l'Angelo operava una "segnatura" e non una semplice "benedizione". Il verbo "segnare" suggerisce che si trattava di una vera e propria operazione magico-religiosa attraverso la quale erano attivate e potenziate le proprietĂ taumaturgiche delle acque. In effetti, era tale lo stupore esercitato dalle virtĂą terapeutiche di queste acque e dall'alone di sacralitĂ che pervadeva i luoghi circostanti, che lo stesso Bendinelli commentava: (9).
Le acque calde e le grotte a vapore naturale suscitavano un senso di rispetto e di devozione che si traduceva in un vero e proprio culto animico-naturalistico.
 In contatto con le forze della natura
 Molti indizi fanno ragionevolmente pensare che ci troviamo di fronte ad un cerimoniale molto antico, di origini pre-cristiane, che si è protratto, sia pure con deformazioni e adattamenti, fino in epoca moderna.
L'aspetto animico-naturalistico rimanda ad una religiosità pagana, tipica delle popolazioni protoitaliche e delle culture celto-liguri ed etrusche. Lo stesso atto della "segnatura" è legato ad una concezione magico-taumaturgica sopravvissuta nei cerimoniali e nelle credenze popolari; è tipico, infatti, l'atto del segnare le malattie da parte di stregoni e guaritori! Certamente rappresentava una gran festa, per le popolazioni del luogo, l'immersione rituale nelle acque calde all'approssimarsi della primavera. Si rinnovava, in questo modo, un contatto intimo con le energie profonde della terra e con la natura in risveglio.
Va ricordato che, presso le civiltà protoitaliche, le sorgenti, le polle, i corsi d'acqua, le grotte erano abitate da entità invisibili (come le ninfe, le ondine ed altri geni tutelari) le quali erano sovente oggetto di venerazione e culto. Questa forma di religiosità si è trasmessa anche al Cristianesimo, sia pure con le dovute trasposizioni. Così si comprende il culto di madonne e santi protettori proprio in prossimità di grotte, sorgenti e corsi d'acqua.
A maggior ragione, i luoghi termali erano vissuti come zone di particolare potenza e sacralitĂ . E' qui che il fuoco sotterraneo e l'acqua scaturivano in una felice sintesi, equilibrati da misteriose leggi, e in questi luoghi era ricercato un contatto con le forze animiche del suolo.
 Una sincronicità fra cielo e terra
  La scelta del primo venerdì di marzo non è casuale.
Il significato calendariale è palese. In questo periodo si preannuncia l'approssimarsi dell'equinozio di primavera. Il giorno di venere (dies Veneris), secondo la liturgia esoterica, corrisponde alla luna calante (intorno al terzo quarto). In questa fase si realizza un delicato equilibrio astrologico fra energia lunare-acquatica (luna calante) ed energia solare-ignea (sole crescente).
Va ricordato che nella sorgente termale l'elemento acqua e l'elemento fuoco coesistono e si rettificano dando origine ad una sostanza dotata di eccezionali virtù terapeutiche. I testi antichi parlano di "mirabilis aqua", ossia di "acqua dalle proprietà miracolose".Si comprende bene come, in questa particolare fase dell'anno, l'influenza degli astri entri in risonanza analogica con l'energia delle acque termali e n’esalti le virtù.
 Alla riscoperta di antichi segreti
Nei decenni passati ha operato in Lucchesia una fratellanza filosofica ed esoterica di ispirazione ermetico-alchemica, la Rosa+Crux Aurea Italiae. Oltre all'ascenso iniziatico, la fratellanza si proponeva di entrare in contatto ed operare con le entitĂ sottili e gli eggregori del luogo. A questo fine alcuni adepti hanno compiuto accurate ricerche raccogliendo materiale magico-religioso legato agli antichi culti locali.
E' stato possibile così ricostruire un rito che era caduto in disuso da molti secoli e che sembra affondare le sue radici nella tradizione cultuale protoitalica. Le formule sono in lingua latina arcaica e risalgono probabilmente al II secolo a.C., ossia all'epoca della prima invasione romana. E' verosimile che si tratti della trascrizione latina di una rituaria più antica risalente alle precedenti popolazioni di cultura celto-ligure ed etrusca.
La specificità protoitalica del culto è attestata da diversi elementi. E' prevista la delimitazione di uno spazio sacro a cielo aperto, l'aspersione del luogo con un ramoscello d'olivo intinto nell'acqua termale, la circumambulazione rituale dello spazio stesso a scopo apotropaico, l'offerta di farro, miele e vino.
 La formula di invocazione
 In alcuni scritti la formula invocatoria si rivolge all'"Angelo dell'acqua" ("Angele Aquae"), dove il sostantivo "Angelus" rappresenta una chiara contaminazione cristiana. In effetti, in altri frammenti è riportata l'espressione "Geni aquai ..." ("Genio dell'acqua"), che propone un linguaggio latino arcaico (si noti il suffisso genitivo "-ai") e fa pensare ad un'entità tutelare del luogo (Genius loci).
E' lecito supporre che esistessero differenti entitĂ animiche - una per ciascuno dei luoghi di scaturigine delle acque - le quali sarebbero tutte espressione di un'unica potenza numinosa. Nella rituaria ritroviamo, infatti, l'espressione "Numen aquarum calidarum", in cui l'uso del genitivo plurale fa pensare ad un potere divino delle acque termali - il Numen - che si fa molteplice ed assume forme e caratteristiche diverse secondo il sito.
Sembra che il Genio dell'acqua avesse un nome proprio ed una cifra (ossia una specie di mandala) che servivano per rendere vincolante l'invocazione. Questi elementi erano però tenuti segreti e potevano essere trasmessi per tradizione orale (o comunicati direttamente dall'Invisibile).
 Il luogo dell'invocazione
 Non conosciamo con esattezza il luogo in cui l'Angelo discende.
Va tenuto presente che le falde acquifere termali giacciono nelle profondità di un'altura denominata "Colle di Corsena". Lungo le pendici di quest'altura sorgono numerose (oltre trenta) sorgenti, le cui acque sono raccolte in alcuni stabilimenti. Si può ritenere che tutto il Colle di Corsena sia pervaso dall'influsso magico del Numen. Tuttavia, è presso le scaturigini sorgive che il genio tutelare prende forma e si manifesta. Fin dal Medioevo funzionavano due principali stabilimenti termali, quello del "Bagno di Corsena" (gli attuali "Bagni Caldi", sede delle grotte) ed un altro detto "Gualoppino", ancora non individuato con esattezza ma che forse corrisponde alle attuali "Docce Basse"(10).
Entrambi questi siti, per la suggestività e l'energia del luogo, sono stati probabilmente sede di culto e di invocazioni. Tuttavia, le Docce Basse, oggi in disuso, rappresentano un luogo di particolare potenza. Qui si concentrano una quindicina di sorgenti, che garantiscono un flusso di acque assolutamente ricco e variegato, ed è qui che alcuni sensitivi hanno indicato il luogo più adatto per i contatti con forze angeliche.
 Una tradizione rivivificata
 Nonostante la dispersione e la frammentazione delle fonti, il rituale di invocazione è stato reintegrato in tutti i suoi elementi essenziali e conserva potenza ed efficacia, come si è potuto sperimentare recentemente. La notte del 7 marzo di quest'anno è stata rinnovata una tradizione che da tempo era caduta in disuso.
L'intento era di ridare vita ad un cerimoniale antichissimo, di entrare in contatto gli spiriti del luogo e con potenze animiche pregne di virtĂą terapeutiche, di riattivare la risonanza con energie sottili ed ancestrali.
La cerimonia si è svolta fra le rovine delle "Docce Basse", in uno scenario suggestivo, sotto un cielo stellato che preannunciava il novilunio.
La presenza numinosa si è manifestata con discrezione lasciando cogliere una leggera vibrazione del terreno, mentre nell'atmosfera si diffondeva un vago sentimento di malinconia e di rabbia, appena mitigato da una serenità ormai fiacca.
Chi è riuscito a visualizzare l'entità , ha potuto scorgerne gli occhi infuocati, iniettati di rabbia e di rammarico. Si tratta di un nume potente, anche se stanco ed avvilito, che rivendica "rispetto".
Rispetto: questo è il messaggio dell'Angelo! Ed in segno di rispetto la veglia si è protratta fino a che l'ultima offerta si è consumata nel fuoco. La cerimonia è stata coronata da un bagno nell'acqua appena vivificata, come si usava nei tempi antichi.
 Tratto da "I Bagni di Lucca" di Bruno Cherubini - Maria Pacini Fazzi EditoreÂ
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I LUOGHI ENERGETICI
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- L’ANGOLO DEGLI SPIRITI DI NATURA
- BAGNI DI LUCCA : CHIESA DI SAN PAOLO APOSTOLO Â
- ALTOPASCIO : GLIÂ OSPITALIERI Â
- BORGO A MOZZANO : IL PONTE DELLA MADDALENAÂ
- LUCCA : ANFITEATRO ROMANO
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 L’ANGOLO DEGLI SPIRITI DI NATURA
Percorrendo il sentiero alla sinistra della Guest House, passando sotto la pergola di rose e girando attorno all’antico Abete, si scende all’area protetta della Budda Hall, lì sedendosi tra l’ alloro che ci circonda ed ascoltando il cinguettio degli uccellini nel canneto, in silenzio, si percepiscono altri fruscii, che l’orecchio non ode, ma dai quali il cuore viene alleggerito gioiosamente. Sono gli Spiriti di Natura che , giocando tra le fronde dell’alloro e quelle del canneto, attivano il nostro Terzo Occhio e ci suggeriscono sensazioni d’ amore.
BAGNI DI LUCCA : CHIESA DI SAN PAOLO APOSTOLOL’ architrave della chiesetta romanica di San Paolo Apostolo, che risale al XI ° secolo, è decorata con una misteriosa serie di simboli.Dopo un cristo crocifisso, vi è un albero della vita, poi uno strano personaggio armato e una scacchiera, che è lo stemma di Pistoia e il simbolo esoterico della coincidenza degli opposti e della complementare alternanza di luce e buio.
  ALTOPASCIO : GLI OSPITALIERILa Via Romea, che i pellegrini percorrevano per raggiungere Roma, transitava da Altopascio. Per questo nel Medioevo qui sorse un ordine cavalleresco, “Gli Ospitalieri di Altopascio “, chiamati anche i Cavalieri del Tau, dalla lettera greca che portavano cucita sul mantello. Essi avevano il compito di proteggere i pellegrini dalle insidie dei briganti che infestavano le zone palustri. Il loro simbolo, molto simile alla croce dei Templari, con i quali sembra intercorrere una “ parentela stretta “, sopravvisse a Pistoia, sull’ omonimo palazzo di piazza Garibaldi e a Firenze, sull’ edificio dell’ ospedale di Santa Maria Nuova.
  BORGO A MOZZANO : IL PONTE DELLA MADDALENAE’ il ponte del famoso patto col diavolo che costruito il ponte sul torrente Serchio, perché il potente del luogo non dovesse più guadarlo, si risolse con la promessa che l’anima della prima creatura che sarebbe passata sopra il ponte sarebbe diventata di sua proprietà : per primo vi passò un cane ed il diavolo rimase “ scornato “.
  LUCCA : ANFITEATRO ROMANO ÂIn realtĂ dell’ antico anfiteatro non esiste piĂą nulla, se non l’anello esterno incorporato in una cerchia di case medioevali. Tuttavia la Piazza del Mercato di Lucca ricalca perfettamente la forma ellittica dell’antica arena, tanto che, durante la notte, quando è sgombra dal traffico e dalle bancarelle, risuona ancora, come accadeva in epoca romana, con echi di grande effetto. Per sperimentarli occorre porsi al centro e gridare oppure battere le mani : il rumore, amplificato piĂą volte, riecheggia con forza prima di smorzarsi lentamente .
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ITINERARI
NATURALISTICI
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 Il Parco del Frignano si trova nell’alto Appennino modenese , confinante a Sud con il Parco dell’ Orecchiella e con la Garfagnana. Ciò a fatto si che la fauna del Parco risulti straordinariamente ricca con presenze davvero significative : il lupo, l’aquila reale, l’astore, la martora, il gufo reale. Le quote più alte sono abitate dalla marmotta, inoltre è possibile osservare la corsa agilissima del muflone e nel bosco autunnale risuona il bramito del cervo. Di recente ha fatto la sua comparsa anche l’istrice. Il lupo non si è mai estinto nelle zone più impervie dell’appennino Tosco Emiliano e l’abbandono degli insediamenti rurali, l’aumento della superficie boschiva e la disponibilità di molte prede, hanno favorito dopo gli anni ’70, l’incremento di questo carnivoro. La sua principale preda è il cinghiale. Più diffusi sul territorio sono il capriolo, il daino, la faina, la donnola, il cinghiale , il tasso, la volpe, lo scoiattolo, il ghiro ed il minuscolo moscardino; nelle praterie più alte c’è l’arvicola delle nevi, un piccolo roditore dalla folta pelliccia. Tra i rapaci più comuni vi sono il gheppio, lo sparviere, la poiana. Alle quote più basse nidifica l’allocco ed il gufo comune.
Nel territorio del parco i diversi habitat accolgono altre varie speci di uccelli : picchi, averle, merli, lucherini, allodole, fringuelli, il regolo, il fioraccino, il ciuffolotto, il crociere. Gli ambienti rocciosi sono visitati dal raro picchio muraiolo, il picchio muratore abita invece i boschi cedui insieme alla cinciarella, alla cincia bigia. Nelle cengie rocciose nidifica il passero solitario, mentre negli ambienti aridi, ricchi di pietraie si trova il codirossone. Lungo i torrenti ed i ruscelli troviamo l’airone cinerino, la ballerina gialla ed il merlo acquaiolo. Nella stagione del passo autunnale vediamo grandi branchi di colombacci, tordi e cesene, ma anche passi di cicogne e gru. Le acque del parco ospitano la pregiata trota fario, che nel lago Santo e Baccio raggiunge notevoli dimensioni.
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 Nelle zone piĂą basse del parco del Frignano troviamo estesi boschi di querce,rovelle,aceri,frassini,cerri,carpini neri,ciliegi selvatici. Antichi castagneti con alberi secolari, sono i testimoni muti di una lunga epoca nella quale la castagna ha rappresentato la principale fonte di cibo per le popolazioni locali.. PiĂą su, oltre i mille metri è il regno del faggio. Alle faggete spesso si accompagnano abetaie di abete bianco e rosso, larici, pini neri e pini silvestri, betulle.. Oltre una certa altitudine, però, gli ultimi esemplari di faggi lasciano il posto alla prateria di alta montagna dove abbonda il mirtillo nero e il ginepro nano. Sulle creste sassose troviamo esemplari di flora protetta : il rododendro ferruginoso, l’ aquilegia alpina,l â€anemone a fiori di narciso, le genziane, il geranio argentato. Nelle zone piĂą alte del crinale abbiamo mete ambite : il lago Scaffaiolo, il lago Pratignano, il lago Turchino, il lago Torbido, il lago Baccio, il lago Santo. Sovrastano questi specchi d’ acqua alcune tra le vette piĂą elevate : il Rondinaio, il Giovo, lo Spigolino, il Cupolino, il Nuda. Di particolare interesse sono, procedendo da ovest ad est : i Prati di S. Geminiano ed il vicino Bosco Reale, il Monte Spicchio ed il monte Albano, il Passo del Saltello ( passaggio in Toscana), le cime di Romecchio; l’ imponeste cima dell’Omo, la Foce Giovo (anch’esso via di accesso alla Toscana); il suggestivo anfiteatro del Libro Aperto; Pian Cavallaro, una prateria di alta quota; le spettacolari Cascate del Doccione ed il Passo della Croce Arcana da cui lo sguardo spazia sulle Alpi Apuane. Â
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Sotto il nome generico di Alpe di Controne si intendono indicare una serie di nuclei abitativi consistenti in semplici capanne, situate per lo più alle pendici del monte Mosca. Adesso questa località si può comodamente raggiungere in auto superandola Foce al Lago (che abbiamo già descritto nella II escursione),da quila strada discende fino a Serini con un percorso di 2,5 Km. e da qui alle Campora per altri 1.5 Km. attraversando dapprima un tratto di terre di colore rosso fegato,(da cui il nome del vicino Montefegatesi),e poi una bellissima selva di castagni secolari che si ergono come gigantesche colonne di una cattedrale ciclopica,(uno spettacolo veramente unico che già da solo merita il viaggio).Ma se vogliamo farci una bella e salutare gita a piedi, gustandoci con calma i numerosi scorci di panorama che questa ci offre,allora dobbia-mo ripercorrere le orme dei nostri antenati seguendo quelle mulattiere che essi hanno calcato per secoli.Partiamo ancora da Barburatico ed iniziamo a salire lungo la Via Grande. Già le sue dimensioni - in alcuni tratti larga anche cinque metri, ne Giustificano pienamente il nome; inoltre, essendo la principale via di comunicazione con l'Alpe, essa era continuamente percorsa nei due sensi da una folla di persone: uomini, donne, ragazzi,accompagnati da muli,asini,mucche o da interi greggi di capre o di pecore; essa era, si può dire,il salotto buono del paese,dove tutti si incontravano scambiandosi saluti e notizie.Continuiamo a salire lungo questa strada che, seguendo un tracciato interamente rettilineo e con una pendenza uniforme, attraversa in alto tutta la Piaggia fino a raggiungere il Col di Ferraio.Qui un enorme lastrone di roccia che, costeggia la strada, ci offre un sedile naturale che invita ad una sosta: alle nostre spalle,giù in basso il paese di San Cassiano dove il campanile della Chiesa spunta alto aldisopra del verde dei castagni, come punto di riferimento principale;davanti e sotto di noi un paesaggio addirittura dantesco:una smisurata rave di pietrisco, larga circa 100 metri, che scende giù a precipizio per circa un chilometro fino al sottostante torrente Scesta.
Ai suoi margini questo ravone è delimitato per l'intera lunghezza da una serie di picchi e di balzi rocciosi dalle forme più svariate. Uno spettacolo veramente fantastico.Qui giunti si offre ai nostri occhi un nuovo interessante scenario: a sinistra una parte del versante settentrionale del Pratofiorito, di un colore verde tenero su in alto dove è tutto erboso, e verde scuro più in assodove è ricoperto dalla macchia (noccioli,faggi,cerri ecc.);di faccia a noi,circa al nostro livello,alle pendici del Mosca,si intravedono seminascoste da folti ciliegi,le capanne di due frazioni dell'Alpe:Serini e Le Campora,con al centro il Col Mustioso con la sua punta aguzza,ricoperto da una fitta vegetazione di castagni a sinistra e carpini e faggi a destra.Mentre in alto si erge maestoso ed imponente il monte Mosca, anch'esso diun verde tenero, ad eccezione,sulla vetta, della sua caratteristica"chioma" di un verde cupo per la presenza di un boschetto di faggi.Più in lontananza alcune rocce biancastre ci segnalano sulla destra la Castellina di Luggiana, con sopra le aspre vette delle Tre Potenze dell'Appennino Modenese- Lucchese, che a quota 1940 si presentano innevate per molti mesi dell'anno; ed infine, sull'estrema destra, il belmonte di Limano.Dal Col di Carpineta abbiamo a disposizione due distinti itinerari:possiamo prendere lo stradello"di mezzo", che in lieve discesa ci porta ad attraversare il solco della Sega (piccolo affluente della Scesta)per po irisalire alle capanne delle Campora o a quelle dell'Aie, oppure continuare la mulattiera,(ora trasformata in carrozzabile) che, attraversata la bella selva di Certovecchio, in autunno ricca di funghi, discende assai ripidamente fino alla Sega, dopo la quale si incontra una nuova selva dove si possono notare sottostrada i ruderi del metato di Rirnannetto.Proseguendo si giunge al Metato di Palmi da dove si diparte un sentiero che con ripida salita ci porta alla selva dei Metatelli e da qui in Luggiana, alla Castellina. Invece da Palmi, volendo si può anche continuare fino alle capanne di Siviglioli (m.1200)con un percorso complessivo di circa quattro ore da San Cassiano;gita quindi assai impegnativa,ma anche molto interessante per la varietà dei luoghi che ci permette di ammirare.Per coloro che, assillati dalla fretta frenetica dei tempi moderni, volessero"profanare" questi luoghi ancora vergini ed avvolti in un'aura di antichi ricordi, segnalerò che oggi il percorso sopra descritto si può percorrere in auto grazie ad una specie di strada,appena tracciata dalla Forestale con l'aiuto di volenterosi, che, seguendo la Via Grande,arriva alleCampora dove si congiunge con quella già segnalata proveniente da Foce al Lago,permettendo così di percorrere in auto tutto l'intero anello.Poco dopo aver superato il metato di Rimannetto, da detta strada si dirama un troncone che, dopo Palmi termina in Chiappo Rosso, a poche centinaia di metri da Siviglioli.Da tenere presente che, almeno per ora, il tratto da S.Cassiano alle Campora passando per il Col di Carpineta è percorribile solo utilizzando un fuoristrada di piccole dimensioni.
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Partendo dalla Chiesa, attraversata la piccola frazione di San Giuseppe,si prosegue fino alle Ravi, dove si lascia la carrozzabile,iniziando a salire decisamente lungo il sentiero sassoso ma ben tracciato, che attraversale Ravi con direzione Nord-Ovest.Si costeggia e si ammira sulla nostra destra il Catinaccio, un vero e proprio enorme catino che si apre come una voragine ai nostri piedi,con una profondità di circa 50 metri ed una superficie approssimativa di 5000 metri quadri ai bordi.Qui sono rimaste sepolte due primitive frazioni del vecchio paese:Celle e Cerro che, situate in alto a metà costa del Pratofiorito, nel lontano due Aprile del 1874, a seguito di un forte diluvio durato più giorni,rimasero distrutte da una enorme frana. La montagna sovrastante mostra ancora evidenti i segni di questa colossale rave che la squarciò a metà altezza.Al disopra di questa immensa cicatrice, balzi di roccia compatta resistono ormai invariati da oltre un secolo,offrendo così una discreta garanzia di stabilità .Lasciate dietro di noi le Ravi, si continua a salire con una pendenza impegnativa ma regolare che ci permette di raggiungere il Colle a Serra (m.871 dove si incontra nuovamente la carrozzabile,che sale da Bagni diLucca, e che noi seguiremo fino al paese di Montefegatesi.(m.842).Prima però, volendo, dal Colle a Serra si può fare una deviazione sulla sinistra seguendo una strada appena tracciata,ma in buone condizioni,che raggiunge dopo circa un chilometro la bella pineta di Castro(m.852), ricca in autunno di rosselle e pinacci; oppure si può seguire a piedi un sentiero in Tramonti (per salire sul Pratofiorito, (vedi escursione III)mentre più avanti, in località Cassaro (m.876), questa volta sulla destra,si diparte un'altra strada,che dopo 3,5 Km. ci porta in Albereta (1035)(vedi sempre escursione III.). Decisamente consigliabile una sosta a Montefegatesi sia per salire al monumento a Dante Alighieri che sovrasta il paese e dal quale si gode uno splendido panorama, come pure per gustare la ottima cucina casalinga presso l'osteria situata sulla piazza.Si prosegue poi seguendo la carrozzabile che scende con ripidi tornanti nella Val Fegana. Si tratta di una strada in pessime condizioni, ma che ha il suo fascino perché in certi tratti attraversa delle selve di grossi castagni così ben tenute da sembrare un giardino; e si giunge finalmente al Ponte a Gaio(m.636), dove scorre il torrente Pelago che ha scavato l'Orrido.Qui inizia la fantastica avventura: noto come Orrido di Botri, è un vero e proprio canyon delimitato da pareti rocciose che si ergono a picco per un'altezza di circa cento metri, talmente vicine tra di loro che in certi tratti sembrano quasi congiungersi alla loro sommità , tanto che dal basso si riesce appena a scorgere il cielo soprastante. Questa loro particolare configurazione,che non permette l'entrata dei raggi del sole,ed un' acqua particolarmente fredda che scorre sul fondo, determinano lungo tutto il canalone una temperatura veramente gelida,da cui il nome di "orrido".Risalire il torrente è davvero un'impresa ardua e non alla portata ditutti, perché per quasi l'intero tragitto si deve camminare in quell'acqua freddissima,in qualche punto anche assai profonda, superando in certi tratti piccole cascate di varia altezza, ma la difficoltà è ampiamente compensata dalla suggestione del luogo: il silenzio quasi irreale, le pareti rocciose che si ergono altissime sopra di noi con il loro continuo variare di forme e colori, la presenza dell'aquila, rendono l'intero percorso addirittura fantastico. L'aquila infatti, intelligentemente, ha saputo trovare in questo luogo un posto del tutto sicuro per costruirvi il suo nido.Lo ha fatto in un piccolo anfratto presente a metà altezza della parete di sinistra (per chi risale il torrente), talmente ben nascosto.che da basso è impossibile individuarlo, mentre si può osservare dal sentiero che dalla Foce al Lago porta a Fontana a Troghi (vedi il sentiero nr.12 del CAI) ed anche da lì si nota con una certa difficoltà e si scopre solo grazie alla presenza di una quantità di escrementi biancastri che hanno imbrattato la parete subito sotto il nido. Un paziente ed appassionato osservatore,munito di cannocchiale potrà scorgervi in qualche periodo dell'anno uno o due aquilotti, e addirittura - se è ben nascosto – potrà sorprendervi la madre mentre li nutre.Tornando alla nostra gita lungo il torrente, questa generalmente termina dopo circa tre chilometri di fronte alla Scala,uno sbarramento roccioso molto difficile da superare; vi riescono solo persone veramente esperte e munite di adatta attrezzatura.Una volta superato però questo ultimo ostacolo si può proseguire senza ulteriori difficoltà fino alle sorgenti, note con il nome di fosso Rivellino, nei pressi di Campagnaia(m.1153).
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La salita alla vetta di questo monte (quota 1297 m.) è senza dubbio raccomandabile e non presenta alcuna difficoltà .Si può affrontare seguendo due percorsi, uno lungo il versante occidentale,l'altro lungo il versante orientale; il primo è il più facile in quanto, volendo, oggi si può notevolmente abbreviare, giungendo comodamente in auto fino a quota 1103, mentre l'altro più faticoso,mapiù suggestivo,è interamente pedestre.In realtà vi sarebbe anche una terza via di accesso,salendo direttamentea picco da sopra le Ravi, ma si tratta di una salita talmente ripida da risultare particolarmente difficoltosa, ed in qualche tratto anche pericolosa.
I: come già accennato nella escursione I, dopo Colle a Serra,i località Cassero si diparte, sulla destra,una strada solo in parte asfaltata e con tratti in cattive condizioni, ma percorribile con qualsiasi auto, anche se assai difficoltosa perché attraversata spesso da numerosi piccole fossette che servono per distribuire meglio l'acqua piovana; essa sale tra piante di ciliegi e capanne, oggi in parte ristrutturate a villini.Questo percorso è senz'altro raccomandabile perché dopo 3,5 Km.ci porta in Albereta, piccolo pianoro erboso dove sorgono ancora vecchie capanne.Luogo molto interessante dal punto di vista archeologico in quanto agli inizi del secolo scorso vi è stata rinvenuta una necropoli che si ritiene risalente al II secolo a.C. e attribuita ai Liguri-Apuani.
La pace del luogo,la purezza dell'aria,un cielo intensamente azzurro,i prati che in primavera appaiono di colore viola sotto un tappeto di crocus (o bucaneve) ed in estate di un verde tenero grazie ad un fitto manto di felci odorose,il tutto compensa sicuramente le difficoltĂ incontrate.
Volendo, in estate, qui si possono anche assaggiare ottimi necci con ricotta fresca,presso la baracca gestita abilmente da Giuseppe.Ma proseguiamo il nostro cammino fino alla Foce al Lago situata pochi passi sopra l'Albereta, ad una quota di,1103 metri.Qui ci fermiamo qualche momento per ammirare uno splendido panorama: alle nostre spalle lo spettacolo delle Apuane con i numerosi paesini délla bella Garfagnana, mentre davanti e sotto di noi si apre un' ampia valle con al centro l'altipiano di Serini e delle Campora, delimitata a sinistra dal monte Mosca, davanti dal monte di Limano e sulla destra dal Pratofiorito che, con i suoi sette colli si presenta sul versante settentrionale con altrettante gobbe che, come un ampio drappo di velluto verde discendono sempre più ripide fino al torrente Sega. Lasciata l 'auto ci incamminiamo sulla nostra destra verso il versante occidentale del Pratofiorito che si erge sopra di noi completamente privo di alta vegetazione, e interamente ricoperto da un manto erboso di un colore verde giallastro,che assume riflessi argentei quando una lieve brezza solleva e fa ondeggiare il paleo che lo ricopre.
Da questa Foce si diparte sulla sinistra il sentiero Nr.12 del CAI per Fontana a Troghi (ore 1,35 passando di fronte al nido dell'aquila) e da qui si può raggiungere dopo altre due ore di faticoso cammino la splendida Foce di Campolino che separa sull'Appennino il versante Lucchese da quello Modenese.Ma oggi la nostra mèta è il Pratofiorito, e quindi, ne affrontiamo con entusiasmo la salita,che è ripida e senza traccia di sentiero,ma facilmente percorribile specie per coloro che sono ben allenati. L'arrivo in vetta dopo circa30-45 minuti ricompensa ampiamente la fatica sostenuta. Infatti, se abbiamo avuto la fortuna d'incontrare una giornata limpida, si offre tutto intorno a noi, un panorama circolare veramente splendido. A sud tutta la media valle del Serchio che scorre tra il Bargiglio ed il Battifolle con le Pizzorne, dietro a queste, oltre la piana di Lucca i Monti Pisani ed all'orizzonte si intravede una striscia di mare.Ad Ovest spicca come una Regina inconfondibile la Pania con tutta la bellissima catena delle Apuane, cosparsa in basso dai numerosi paesini della Garfagnana.Ad est,oltre la valle della Lima le Alpi di Popiglio, la Macchia dell'Antonini e,nelle giornate limpidissime,oltre Firenze,il Pratomagno; mentre alle nostre spalle l' appennino Modenese-Lucchese si estende dal MonteRomecchio fino alle Tre Potenze con al centro il Giovo ed il Rondinaio. Per coloro che, essendo in perfetta forma fisica,aborriscono specie in montagna l'uso di autoveicoli,ritengo utile segnalare che questa gita si può anche fare interamente a piedi seguendo un canalone con sentiero ben tracciato che ,incassato tra il Prato Fiorito ed il vicino monte Coronato,partendo da Colle a Serra sale fino alla Foce al Lago.Il Coronato, che su carte antiche viene chiamato Colle di Namporaia,è un monte che con i suoi 1222 metri risulta lievemente più basso del Pratofiorito, e viene così denominato perché mostra nei pressi della vetta un singolare collare o meglio una corona semicircolare di rocce.
Il secondo percorso parte dalla Chiesina di Barburatico, che si trova subito sopra le case situate più in alto a Cembroni; qui inizia,là "Vì Grande" che seguiremo per circa un Km., per abbandonarla poi sulla sinistra per un sentiero molto sassoso che, salendo ripidamente a piccoli tornanti, raggiunge prima Cannellacqua (cannello d'acqua?) dove troviamo un abbeveratoio per le bestie, rifornito da una polla che versa appena goccia a goccia,ed infine, a quota 968 giunge sul crinale est del Pratofiorito in località detta Pian da luco.à questo un pianoro, o meglio una foce situata alla base del settimo e ultimo colle orientale del Pratofiorito.Qui merita allontanarsi da detta foce, salendo dopo un breve tratto sulla sua estremità orientale da dove si possono ammirare i vari paesini della Val di Lima, con in fondo Piteglio ed in basso si indovina lo stretto Canyon "limato" dalla Lima che scorre serpeggiante fino alle Strette di Cociglia situate sotto il Balzo di Casoli.Una volta raggiunto il Pian da Luco ci si offrono tre possibilità :salire direttamente in vetta seguendo sempre il crinale, senza sentiero ma anche senza particolari difficoltà ,a parte la salita molto ripida; o seguire un sentiero interamente pianeggiante che contornando tutto il versante settentrionale del monte inoltrandosi tra faggi e boschetti di noccioli selvatici ci conduce alla Foce al Lago, oppure discendere ripidamente lungo il versante Nord fino ad incontrare nella vicina selva di Certovecchio il sentiero descritto nella Escursione IV. Purtroppo il sentiero sopra indicato per raggiungere la Foce al Lago,e che costeggia il margine superiore della selva di Certovecchio, mentre all'inizio è ampio e ben tracciato,dopo circa due terzi del suo percorso improvvisamente scompare , e l'ultimo tratto diventa estremamente difficoltoso,per la presenza di voluminose ghiove ricoperte da abbondante paleo,per cui si deve procedere a fatica e con molta cautela per il rischio d prodursi pericolose distorsioni o addirittura brutte cadute.
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NOME
ALTITUDINE
POSTI LETTO
APERTURA
TELEFONO
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S.Pellegrino in Alpe
1524 m
30
Aperto dal 1/7al 31/8
 058365169
Duca degli Abruzzi
Lago Scaffaiolo 1775Â
15
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 053453390
Ostello della neve
Boscolungo (Abetone)
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 057360278
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Marchetti
Lago santo 1501 m
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053671253
Alpino Vittoria
Lago Santo 1501 m
12
Pasqua- gennaio
053671509
Giovo
Lago Santo 1501 m
46
Tutto l’anno
053671556
Selletta
1771 m
32
Tutto l’anno
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Capanna Tassone
Croce Arcana 1317 m
40
Tutto l’anno
053668364
Prati Fiorentini
Piandelagotti 1430 m
20
Tutto l’anno
0536969614
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INFORMAZIONI
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Ass. accompagnatori di montagna
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059342767
Gruppo Guide del Cimone
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053661139
Pro Loco di Fiumalbo
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0536969957
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LE PIEVIÂ
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VAL DI LIMA
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PIEVE DI SAN CASSIANO
Risalendo la strada che supera Palleggio si giunge a San Cassiano ed incontriamo subito sulla sinistra la Pieve di San. assiano. La prima documentazione storica della chiesa di San Cassiano di Controne risale all’anno 772., ma la facciata di stile lombardo risale al secolo XII ed è una delle più belle chiese del contado. L’edificio è a tre navate con pianta basilicale. L’originale abside ad emiciclo è stata sostituita da un’abside a terminazione rettilinea allorché nel XVII secolo fu costruita la sacrestia. In alcuni conci del paramento murario esterno delle navate sono scolpiti animali fantastici che riportano al repertorio iconografico tipicamente altomedievale. Il campanile, salvo che nella parte terminale, coronata da merli alla ghibellina, è precedente alla chiesa attuale e risale al IX-X secolo. Nella sacrestia è conservato il gruppo ligneo del “Cavaliere di San Cassiano” di Iacopo della Quercia (1367-1438).Nel cavaliere si pensa di ravvisare S.Martino.
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- PIEVE DI CONTRONE
Non distante è la Pieve di San Giovanni Battista, antica “Pieve di S.Stefano di Bargi”, già ricordata nell’anno 884.
La pieve è a pianta basilicale, a tre navate, la parte absidale presenta una struttura muraria in pietre e calce, anziché in blocchi squadrati in arenaria, essendo d’epoca più tarda. L’orientamento dell’edificio fu, infatti, cambiato nel XIV secolo, molto probabilmente a causa di una frana che invase il piazzale ed ostruì l’ingresso.
L’attuale facciata e il portale sono quindi posti dove un tempo esisteva l’abside.
La solida torre campanaria, che s’innalza isolata sul piazzale della chiesa, è costruzione abbastanza recente, cioè tra il 1863 ed 1893.Di un certo interesse sono la statua in legno di S.Antonio Abate, probabilmente trecentesca ed il finto battesimale in pietra della fine del quattrocento.
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 PIEVE DI SAN GEMINIANO
Già nell’ 820 si citava la chiesa romanica di San Geminiano , purtroppo manomessa nella sua originale struttura.
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 PIEVE DI SAN GIOVANNI BATTISTA A MONTI DI VILLA
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Era intitolata anticamente a S.Giulia. Nel 1260 aveva sotto di sè sei chiese, un ospedale e una cella eremitica..L’attuale edificio è stato costruito nel 1446, come comprova un’iscrizione sulla porta laterale della fiancata destra., del precedente resta ancora l’abside.
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 PIEVE DI SAN PAOLO A VICO PANCELLORUM
Già nel anno 873 era citata questa pieve. La costruzione a tre navate ha conservato l’originaria forma basilicale.. La struttura muraria a grandi bozze della base del possente campanile, lo rende databile al XII-XIII secolo.
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 CHIESA DI SAN PIETRO A CORSENA
La prima documentazione storica risale al 1165,ma solo il fianco della navata destra conserva l’originaria struttura del IX-X secolo a file abbastanza regolari di conci di pietra arenaria.La torre campanaria attuale risale al XVII secolo. Il fonte battesimale è del XV secolo.
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CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA A BENABBIO
E’ stata eretta, in sostituzione del più antico edificio, nel 1338, il fonte battesimale in pietra serena è datato 1564. Sopra l’altare maggiore è collocato un trittico dipinto nel 1469-70 dal pittore lucchese Baldassare. Nella vicina cappella del 1581 è allestito un piccolo museo di arte sacra.
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PIEVE DI SAN MAMERTO A CERBAIO
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Sulla cima di un alto colle che si eleva tra Benabbio e Lugliano, tra la folta vegetazione di selve di castagni, sono appena visibili i resti dell’antichissima chiesa di San Mamerto di Cerbaiola, paese distrutto dai Fiorentini nel 1334. L’edificio, di cui rimangono in piedi la facciata e parte dei muri perimetrali e dell’abside, conserva integra la sua struttura romanica risalente al IX-X secolo.
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CHIESA DI SAN IACOPO DI LUGLIANO
Essa era originariamente dedicata a sa Martino fin dal 983. L’edificio attuale risale al XIV secolo.
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CHIESA DI SAN.PIETRO A FORNOLI
Essa è documentalmente attestata sin dal 825. L’interno conserva l’antica pianta basilicale a tre navate.
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CHIESA DI SAN MICHELE A GRANAIOLO
La chiesa conserva ben poco del primitivo impianto romanico; possiede una piccola tavola lignea della Vergine col Bambino, che risale al 1400.
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CHIESA DI SAN FREDIANO AÂ MONTEFEGATESI
L’ampliamento più radicale dell’edificio risale al 1771. Dell’antica facciata resta solo un archetto sopra il portale, tradizionalmente attribuito a Michelangelo della Quercia.
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 CHIESA DI SANTA MARIA A TEREGLIO
Essa è ricordata in una carta del 862. Ora, solo alcuni frammenti decorativi in pietra , inseriti nella facciata e nella fiancata di ponente, testimoniano l’esistenza di una precedente costruzione del XIII secolo. Il magnifico soffitto a cassettoni di legno finemente intagliato risale al XVII secolo.
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CHIESA DI CASOLI
Oggi il santo titolare è San Bartolomeo, ebbe il fonte battesimale nel 1411..Sol colle sopra Casoli sorge ancora la chiesa di San Andrea, dell’antico edificio del XII secolo restano solo i muri perimetrali e l’abside.
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PIEVE DI SAN GIOVANNI BATTISTA A CASABASCIANA
Nel 918 era già citata in una pergamena dell’archivio arcivescovile.
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PIEVE DI SAN QUIRICO E GIULIETTAÂ A SALA
Sorge tra la Lima ed il paese di Casabasciana, vicino al piccolo abitato di Sala, in una località isolata, si sa che nel 1451 la pieve era ancora regolarmente officiata, l’edificio risale al XII secolo. E’ a pianta basilicale con abside e emiciclo. La torre campanaria sorge sulla sinistra della facciata, a distanza di pochi metri da essa.
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CHIESA DI SAN MICHELE IN MATRICETO
Sorge lungo la rotabile che porta a casabasciana, poco prima del punto dal quale si distacca la stradina sterrata che discende verso la “ pieve vecchia “. Ormai è ridotta allo stato di rudere.
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LA PARROCCHIALE DI CRASCIANA
L’antica parrocchiale di Crasciana non è l’attuale chiesa dei Santi Iacopo e Frediano, posta nella parte alta del paese, bensì quella di San Frediano, che si trova, isolata tra le selve, alla base del pendio su cui sorge l’anbitato.L’edificio ad una sola navata, con il tetto a capriate, risale al XII secolo. La chiesa invece di San Iacopo fu edificata nel 1442.
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CHIESA DI COCCIGLIA
Nel 1260 era dedicata a San Michele, oggi invece è dedicata a San Bartolomeo .
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CHIESA DI SANTA MARIA A BRANDEGLIO
La primitiva chiesa era dedicata a San Anna ed è possibile vederne ancora l’abside romanico ad emiciclo.
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CHIESA DI SAN PIETRO A LUCCHIO
Le ville sottoposte a questa antica pieve sono menzionate in una carta del 988.
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OASI NATURALI
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- L'ORRIDO DI BOTRI
- SAN ROSSORE : LA TENUTA PRESIDENZIALE
- IL LAGHETTO DI SIBOLLA Â
- IL BOSCO DEL BOTTACCIO
- IL PARCO DELL'ORECCHIELLAÂ
- CECINA : BIOPARCO GALLOROSE
- ORTO BOTANICO DELL’ ABETONE
- RISERVA BIOGENETICAÂ DI CAMPOLINO
- IL LAGO DI MASSCIUCCOLI
Vero e proprio “Canyon appenninico “, l’Orrido di Botri è meta di turismo e zona di grande interesse geologico e naturalistico: oasi faunistica e botanica protetta, di rara bellezza, ricca di varietà di specie animali e vegetali.
Sulle pareti delle sue gole, dove nidifica l’Aquila Reale, crescono diverse specie di piante ed arbusti; dove l’ambiente è più umido, vicino alle sempre gelide acque del torrente, prospera una vegetazione igrofita costituita da epatiche, muschi e felci, mentre più in alto, nelle zone meno umide, troviamo le specie Xerofitiche: Primule Auricole, Sassifraghe, Aquilegie e Silene.
La fauna selvatica, normalmente osservabile all’ interno della Riserva Naturale, presenta aspetti di grande interesse. Tra i grandi mammiferi ungulati, ricordiamo il Capriolo, il Cinghiale, un nucleo di Capre selvatiche. Altre specie di mammiferi sono la Lepre, la Marmotta ( sul monte Rondinaio ), lo Scoiattolo e tra i carnivori, la Volpe, il Tasso, la Puzzola, la Faina e la Martora. Per quanto concerne l’avifauna. , oltre alla già citata maestosa Aquila Reale, vi sono altri rapaci diurni come la Poiana, il Falco picchiaiolo, l’ Astore, lo Sparviere, il Falco Pellegrino ed il Gheppio; tra i rapaci notturni segnaliamo l’ Allocco, il Gufo ed il Barbagianni. Lungo il Rio Pelago frequenti sono gli avvistamenti del Merlo acquaiolo, la Ballerina gialla ed il Martin Pescatore
L’orrido è costituito da una profonda fessura, una spaccatura preistorica risalente all’era mesozoica, suddivisa in tre grandi forre: il Solco Mariana, nel tronco superiore che sale a Foce al Giovo; il Solco Grande, nel tronco mediano, e il Rio Pelago, che si apre subito dopo le Chiuse di Botri, unica zona percorribile dove sono possibili le escursioni.
Entrarvi costituisce sempre un’ emozione indescrivibile, per il senso di grandezza e di mistero suscitato dai luoghi, il silenzio quasi irreale, la luce che lentamente scompare e l’ umidità dell’ aria che aumenta : un ritorno dai sentieri dimenticati del passato, attraverso cupe rocce che disegnano una natura primordiale e grandiosa; l’ arcano incantatore suscita ancora oggi. Nell’ incerto uomo moderno, antico stupore e timore reverenziale.
La via d’accesso all’Orrido di Botri è la Strada dei Duchi, o Via Ducale, voluta da Maria Luisa, duchessa di Lucca, e da Francesco IV duca di Modena, che la realizzarono agli inizi dell’ 800.
Questa via era definita impossibile tanto ardito era il suo percorso, che sfidava l’alto bacino del torrente Fegana e si spingeva su. Fino ai 1674 metri d’altitudine della Foce al Giovo, spesso innevata e intransitabile per le frequenti frane..
Attraverso paesaggi e tracciati che seguono il crinale in discesa di a Ponte a Gaio, o che risalgono fino alla cornice dell’ Orrido, si possono raggiungere i bellissimi punti panoramici di Monte Mosca e del rifugio forestale di Fontana a Troghi, da dove la vista spazia sulle alte cime del Rondinaio, delle Tre Potenze e del Daccio al Bosco, fino al mare.
1° Percorso: Ponte a Gaio – Piscina
Durata: 2 ore (1 ora andata + 1 ore per il ritorno)
Livello: Facile, consigliato da 6 anni in su.
Guida: Non obbligatoria
2° Percorso: Ponte a Gaio – Piscina – Guadina
Durata: 4 ore (2 ora andata + 2 ore per il ritorno)
Livello: Facile, consigliato da 6 anni in su.
Guida: Non obbligatoria
3° Percorso: Ponte a Gaio – Rifugio Casentini – Rio Mariana e discesa con corde
Durata: 6-7 ore
Livello: Difficoltoso
Guida: Obbligatoria
Per ulteriori informazioni o prenotazioni contattare il Centro visitatori Orrido di Botri del Corpo Forestale dello Stato al numero 0583/800022 – 800020
 Con una superficie di 4.800 ettari, la Tenuta costituisce il cuore del Parco Regionale, non solo per la sua posizione, ma anche per la ricchezza degli habitat e per la suggestione dei paesaggi.
Il nome, modificatosi nel tempo fino alla dizione attuale, proviene da San Lussorio, martire cristiano ucciso in Sardegna sotto l’impero di Diocleziano, i cui resti nel 1080 furono trasportati a Pisa in una chiesa che sorgeva lungo la riva destra dell’Arno presso la località Cascine Nuove. Furono i Medici, nel cinquecento a riorganizzare in una tenuta il territorio del quale erano venuti in possesso, destinandola a pascolo brado e riserva di caccia.
LA SPIAGGIA nella parte centrosettentrionale della Tenuta è raggiungibile con due itinerari a piedi.
LE LAME sono zone umide presenti nella parte meridionale della Tenuta, sono attraversate da due itinerari che si svolgono a piedi.
I BOSCHI costituiscono gli ambienti principali della Tenuta, nei diversi tipi a prevalenza di pino marittimo, pino domestico o misto di latifoglie. Tutti gli itinerari di visita, in vari modi, li considerano e li attraversano..
L’ARCHITETTURA STORICA è visitata con itinerari in pullman o bicicletta.
LE VISITE GUIDATEÂ possono essere effettuate in pullman a piedi in bicicletta, a cavallo o in carrozza.
    IL LAGHETTO DI SIBOLLA
Situato nei pressi di Altopascio, poco distante dall’uscita dell’autostrada Firenze-Mare, è un piccolissimo specchio lacustre poco profondo, lungo complessivamente 400 metri e largo 50, privo di immissari.
Grande interesse geobotanico riveste la vegetazione palustre che circonda le “cinture” concentriche.
Lo specchio lacustre, ricco di ninfee ospeta piante rare..
Nella adiacente casa colonica è allestito dai proprietari un piccolo Museo.
Vicino al paese di Castelvecchio di Compito il WWF ha creato un’ oasi di protezione.
La Farnia domina con individui centenari le altre essenze tipiche delle zone umide quali i pioppi, l’ontano e i salici.
Circondati dalla cannuccia di palude e dal giglio d’acqua, con l’inizio delle piogge si creano al margine del bosco due piccoli “chiari” d’acqua che ospitano un gran numero di Anfibi, anatre e vari uccelli migratori tra cui la cicogna bianca..
Dai due osservatori posti sui “chiari”, non è raro osservare la biscia dal collare nuotare furtiva sulla superficie dell’acqua in cerca di preda.
Nei prati umidi volano innumerevoli farfalle ed è possibile vedere la Licena delle Paludi specie ormai rara.
Molto vario e ricco nei suoi aspetti floro-faunistici, presenta ambienti ben diversificati con declivi dolci ricoperti di boschi e pascoli che contrastano con ripide pareti rocciose..
La sua flora risente di questa diversificazione; significativa è la presenza, salendo a quote più alte, del rododendro.
Oltre il limite dei boschi, in tarda primavera, si può assistere a spettacolari fioriture di viole dai fiori gialli o viola e della primula dell’ Appennino.
La “torbiera” di Lamarossa costituisce un’altra importante evidenza botanica tale da meritare il valore di Riserva Biogenetica.. Le acque che ristagnano creano un’ ambiente umido che ospita piante molto rare.
La fauna del parco è molto ricca ed importante.
Tra gli ungulati annovera cinghiali, caprioli, mufloni e cervi. La presenza dell’aquila e del lupo, costituisce un significativo indicatore della salute degli ecosistemi del Parco, ciò grazie anche alla presenza di lepri e marmotte.
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